Ma che fine hai fatto?

25 Giugno, 2009 by acrimonia

Con un po’ di ottimismo, vanità ed immodestia, immagino che sia questa la domanda che alcuni di voi mi vorrebbero fare. Ebbene, ho fatto la fine di quella che deve stare a riposo forzato per un po’, e allora ne approfitto per aggiornare questa pagina che sembra dimenticata ma non è, né da me né dagli altri (perché proprio poco fa ho controllato le statistiche e, guarda un po’, la mia creatura funziona anche in mia assenza, pare).

A volte, sento persone dire che il corpo ci parla molto più di quanto crediamo: non si limita semplicemente a dirti “Ehi, ho sete, mi sto disidratando” quando non bevi da un po’, o “Fermati, che son stanco” quando lavori troppo, oppure “Aaaaargh, fammi uscire di quiiiii!!!” quando stai per troppo tempo dentro una sauna (a me basterebbero 4 secondi per sentire il mio corpo urlarlo, non capisco cosa ci sia di rilassante nel respirare aria umida e bollente, lo faccio già per 3 mesi all’anno e non.mi.piace!). Insomma, secondo alcuni il nostro corpo dà segnali che sta a noi percepire, e se non lo capiamo o non l’ascoltiamo, arriva al punto di rottura in cui è lui a fermare tutto drasticamente, costringendoci al riposo, al recupero, ad una tregua forzata. Secondo le persone che nutrono questa convinzione, è sicuramente per questo che lunedì, mentre passeggiavo feliceccontenta su un marciapiede di Ferrara mano nella mano con l’amore mio, ho preso l’unico buco che c’era, ho buttato male il piede e mi sono slogata una caviglia. Secondo me, invece, è solo che era buio, che non stavo attenta a dove mettevo i piedi e che sono un po’ invornita. Secondo il direttore del campeggio dove lavoro, invece, che c’ha l’avvocatitatetotudine che gli scorre nelle vene insieme al sangue, è che la municipalità di Ferrara non lavora come si deve e le devo far causa.

Ognuno la veda a modo suo, adoro constatare come cambino completamente le cose a seconda del punto di vista da cui le si guarda (“Mentre morivo” mi ha conquistato proprio per questo), il fatto oggettivo ed incontrovertibile rimane sempre quello: mi sono slogata la caviglia sinistra, me l’hanno fasciata ed immobilizzata, non lavoro per qualche giorno nonostante le mie proteste, e al matrimonio a cui dovrò partecipare fra due giorni lo farò con ben altri abiti ed accessori da quelli che avevo comprato, stabilito e abbinato meravigliosamente da due mesi (perché l’abitino non lo vedo bene, quando la caviglia scoperta è fasciata da una roba bianca adesiva che nel frattempo sta raccogliendo tutti i pelucchi delle tute che porto, e sto piedone nelle scarpette color glicine che ho comprato per l’occasione NON CI STA!). C’è di che far andare in crisi ogni signorina. Ma io non mi do per vinta, sostituisco all’abito un pantalone e una camicetta, alla borsa una stampella (ci attaccherò un fiocco bianco, che dite?), alle scarpine le infradito (se Briatore s’è sposato coi suoi piedi altolocati parcheggiati in un paio di babucce, io potrò infilare il mio piedone plebeo in una ciabattina con strass? Tanto la nascondo sotto al banchetto in chiesa e sotto al tavolo al ristorante, e poi l’unica alternativa sarebbe una tennis senza lacci. Nnnnnaaaah).

Comunque, forseforseforse non è poi così azzardato pensare che avevo bisogno di quest’imprevisto. Da quando ho iniziato a lavorare, non ho più tempo per niente, e la cosa buffa è che lavoro solo 7 ore al giorno, solo che fra nuove responsabilità e riconoscimenti e ruoli (e soddisfazioni, perdinci!), straordinari, organizzazione di addio al nubilato, giornate libere da passare leggereleggere nei modi più diversi ma sempre con ♥lui♥ (shhh, zitti non dite niente, che mi compatisco felicemente da sola!), un minimo di aiuto a casa, leggo un po’, sogno Barcellona e di ritornare per la terza volta a camminare per le calli, ad attraversare le piazze, a scorgere Gaudì ad ogni angolo, a visitare la Città Vecchia, il Barri Gotic o la collina di Montjuïc, il Parc Güell e l’atmosfera viva e colorata di una città che non dorme mai e mangia ad orari assurdi, sogno di andarci con lui, di prendercelo, questo tempo, per stare insieme un’intera settimana senza orari, senza castrazioni, senza condizionamenti di tempo, luogo, senza limiti, con gioia e basta.

Corro con il corpo e con la mente e non mi fermo mai, mi slogo una caviglia e all’improvviso ho fin troppo tempo e niente da fare (o più che altro niente che possa fare, da infortunata), fosse per me sarei al lavoro, ma almeno tre di quei dieci giorni di riposo che mi hanno ordinato me li sono presi, quando toglierò questa fasciatura dovrò portare un tutore per un mese, un mese santiddio, è meglio che non ci pensi. Se il mio corpo aveva proprio da dirmi qualcosa, avrei preferito una raccomandata, o anche un pacco con contrassegno, una multa, qualsiasi altra cosa, ma così mi fa naufragare tanti di quei progetti, tante fantasie, tanti impegni…

Insomma ecco che fine ho fatto, ecco come sto:

seduta!

Geografia: 5=

21 Maggio, 2009 by acrimonia

italia

Che a me piace il mio lavoro, ormai lo sanno anche i sassi. Che mi piace perché mi dà sempre nuovi stimoli e mi insegna cose nuove, pure. Quello che forse nessuno sa è che questo lavoro è una specie di riscatto.

Durante tutta la mia educazione, dalle elementari all’università, nessuno mi ha mai insegnato (ed io ho quindi beatamente ignorato) le province italiane. Ogni tanto mi facevo interrogare dai miei genitori, qualche volta quando andavamo in giro in macchina leggevo le targhe, risalivo alle province e cercavo di collocarle nelle regioni d’Italia. Mai che ne imbroccassi una. Al di fuori dell’Emilia-Romagna, il buio totale. Alessandria? Boh, ma sicuramente al sud. Brindisi? Piemonte di certo! E il Veneto è facile, tutte le province che iniziano con V: Venezia, Vicenza, Verona, Vercelli, Vibo Valentia, Viterbo… Mia madre si metteva le mani nei capelli, mio padre si copriva gli occhi per non piangere.

E invece ora io faccio un lavoro in cui non solo ho a che fare tutti i giorni con gente di (quasi) tutta Italia, ma ad alcuni di loro devo pure dare indicazioni su come arrivare! Quando mi rendo conto di non fare più confusione fra Rivoli (TO) e Tivoli (RM), fra Legnano (MI) e Legnago (VR), quando mi accorgo di sapere in che provincia sono:

  1. Paderno Dugnano
  2. San Giovanni Lupatoto
  3. Casorate Primo
  4. Afragola
  5. Arzignano
  6. Soave
  7. Borgomanero
  8. Bussolengo

… è come se la bambina che ero, e che collocava Sassari in Sicilia, Napoli in Puglia e Macerata in Campania, avesse la sua rivincita.

E ora, quizzettone! In quale provincia sono gli 8 paesi menzionati? Premiuccio al primo che me li becca tutti giusti, e non barate, che a gugoleggiare son boni tutti!

Ce l’avete presente Amélie Poulain?

15 Maggio, 2009 by acrimonia

Mi piace immaginare storie. L’ho sempre fatto, parto da un particolare e ci costruisco sopra, sotto, e tutto attorno. Immagino il sottotesto, l’infrastruttura, il processo con cui ci si è arrivati.

Dove lavoro, la gente prenota per le vacanze. Quando confermano la prenotazione, gli spediamo un formulario da compilare e rispedirci con i dati completi delle persone partecipanti al soggiorno (nome, indirizzo, data e luogo di nascita, tipo e numero di documento, data di emissione e recapito telefonico per il capofamiglia; nome, data e luogo di nascita per gli altri), in modo da sveltire la registrazione quando arrivano. Ieri, il signor D. (che viaggia sui 65 anni ma si destreggia abilmente con le email) che aveva prenotato per sé e per altre tre famiglie per il ponte del 2 giugno, ci ha inviato i formulari delle quattro famiglie compilati, e tocca a me, finché il capo non metterà sotto le stagiste, inserire i dati nel software. E allora succede che mentre io faccio quest’operazione meccanica e sempre uguale alle centinaia di altre volte che l’ho fatta, mi sono messa ad immaginare questi 60/70enni che la sera prima, magari dopocena, si sono trovati tutti nella stessa casa, e attorno al tavolo tondo ricoperto di quelle tovaglie all’uncinetto che si usavano una volta, alla luce di quei lampadari anni ‘60 con le lampadine che emanano luce gialla si sono messi a compilare diligentemente la scheda, carte d’identità alla mano. E magari, dopo, gli uomini si sono fatti una briscola mentre le donne, sedute sul divano incellofanato, guardando il programma della Clerici coi bambini ciacolavano e lanciavano alla tv dei “Va’ che bel nani!” (sono milanesi).

Guardo bene e scopro che il signor D. è originario del Sud (non ricordo più dove, Bari mi sembra), e allora mi viene da pensare che forse si è trasferito al Nord per amore, perché la moglie, invece, è una milanese col pedigree. Poi sbircio le altre coppie, e vedo che la signora che porta lo stesso cognome del signor D. e sarà sicuramente sua sorella è nata 4 anni dopo di lui a Milano. Niente fuga d’amore, era l’epoca della seconda guerra mondiale e i genitori hanno preso su armi, bagagli e figlio e sono emigrati.

In un bar, sulla vetrina accanto alla tabellina con l’orario di apertura c’è un foglio A4 scritto a mano: “Qui non si vendono biglietti dell’autobus”, e allora mi viene da immaginare quante volte il barista se l’è sentito chiedere e ha dovuto dare, scocciato, la stessa risposta negativa, magari si è pure informato per poterli vendere, poi ha pensato che era più uno sbattimento che altro e allora ha deciso di tagliare corto e scriverlo così quando entrano al bar, ora, chiedono solo quello che ha: caffè, tè, me?

Un ragazzo scrive una mail per prenotare un bungalow e ci chiede se hanno aria condizionata o almeno una finestra, e me lo immagino l’estate scorsa in un villaggio in Abruzzo, dentro una specie di bunker-forno, alla facciazza della claustrofobia, a sudare senza neanche uno spiraglio d’aria: l’unica era uscire in veranda, e almeno lì le zanzare tigre non le hanno.

Sto tornando a casa dal lavoro e davanti a me c’è un pullmino giallo che porta a casa i bambini da scuola. Sto per sorpassarlo quando mi accorgo che dal lunotto tre bambini mi stanno salutando (quante volte l’avete, l’abbiamo fatto da piccoli, in macchina con mamma e papà o sul pullmino della scuola?), li saluto anch’io e resto dietro, a guardarli ridere. E immagino che poi andranno a casa, la mamma gli toglierà la cartella dalle spalle, gli darà la merenda, gli chiederà comèandataascuolacoshaifattooggi, e loro risponderanno, come tutti i bambini, niente, però sul pullmino ho salutato una signora (perché è così che mi chiamano i bambini, che mi piaccia o no) che ci ha salutato anche lei!

Sono sempre stata così, attentissima ai particolari più piccoli. Qualcuno potrebbe dire pedante, pignola, rompiballe, pitòca. Però intanto io così mi godo ogni giornata che passo sulla Terra, perché inserisco in media i dati di 20 famiglie al giorno, e allora se immagino storie e scene di vita familiare io mi diverto, m’intrattengo, mi sembra un lavoro meno meccanico e disumanizzante; perché un giorno in cui tre bambini mi salutano è speciale e diverso dagli altri, perché l’ultima volta che mi sono trovata in questa situazione io ero dall’altra parte, ero quella con la cartella sulle spalle e la frangetta, e facevo ciaociao con una manina piccola, e aspettavo trepidante il cornetto alla panna montata che avrei trovato a casa della nonna.

Perché è retorico e trito e ritrito, l’avrete sentito dire milioni di volte, ma sono queste piccole ed apparentemente insignificanti cose che il significato invece lo danno eccome, ad ogni giornata, la rendono diversa dalla precedente e dalla successiva. C’è chi dice che ogni giornata dovrebbe essere “meglio di ieri e peggio di domani”: a me basta che siano semplicemente diverse, l’una dall’altra. E per questo non ho bisogno di vincere alla lotteria, trovare un lavoro che mi piace con un contratto a tempo indeterminato, risolvere una volta per tutte le rogne della mia famiglia, essere ingaggiata come co-protagonista in un film con Argentero, perdere 30 kg in 10 giorni, fare il giro del mondo in 80 giorni, comprarmi macchine e vestiti e scarpe. Mi basta molto meno: che un cliente quando va via mi ringrazi e mi stringa la mano calorosamente, che mia madre mi prepari una pasta da de-li-rium, che l’amore mio mi regali un libro con una dedica scritta con quella calligrafia che lui odia e io amo, che il bimbo che bebisittero impari a dire il mio nome (prima suonava come Megnnni), che ad un incrocio per strada uno mi faccia passare anche se ha la precedenza, che un mio raid di shopping si concluda con dieci sporte, sportine, sportone, sportille ma non con il portafoglio vuoto, che la mia piccola Nina mi accolga ogni volta che torno a casa saltandomi sulle ginocchia e leccandomi la bocca.

Potrei quasi definirmi “La dea delle piccole cose”, se volessi citare il titolo di un libro bellissimo. Ma anche se fossi un po’ poco modesta.

(Quindici)

Docciaschiumi, docceschiuma, docciaschiume, docceschiume

12 Maggio, 2009 by acrimonia

E ora indovinate. Secondo voi, quante persone vivono in una casa il cui bordo della vasca si presenta così?

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Dopo il salto, hop hop, la soluzione con spiegazione!

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Ritratto dell’autrice da cucciola

12 Maggio, 2009 by acrimonia

Ecco, io in questo periodo sono così.

Ecco una foto che rappresenta bene il momento che sto vivendo.

Con la mia maglietta verde-prato di primavera, una smorfietta felice e lo sguardo rimbambito e un mezzo sole in faccia  (per l’abbronzatura tornate ad agosto, mi ci vorrà fino ad allora per diventare almeno un po’ beige…).

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Stereotipizziamo un po’

8 Maggio, 2009 by acrimonia

Io gli stereotipi li odio.

Le donne incostanti ed ipersensibili e gli uomini diretti e porci; le donne al volante pericolo costante e gli uomini che non chiedono mai le indicazioni; le donne maniache della pulizia e dell’ordine e gli uomini con le rosette nelle mutande che non tirano mai giù la tavoletta del water e non chiudono i cassetti. Italiani pizza mafia e mandolini. Bleah. Mi danno la nausea.

Peeeeeròòòò, visto che sono tonna e quindi incoerente, ora stenderò una lista a vostro uso, abuso, consumo e diletto di come sono alcuni turisti in vacanza, oggetto delle mie osservazioni sul campo (di pomodori) classificati per nazionalità e (per l’Italia) per regione.

- I francesi. E qui, come insegna l’ortografia, punto. Pausa lunga, di riflessione. Perché su di loro ne avrei da dire a centinaia. Ma mi limiterò a qualche caratteristica sommaria che però rende bene l’idea. I francesi sono al centro dell’universo come l’uomo nel Medioevo. La loro lingua è superiore, perciò tutti, dovunque, devono parlarla (salvo poi prenderli in giro perché la parlano male). Io non ho visto una, non due, ma tante francesi arrivare al mio sportelluccio e sospirare profondamente di sollievo e felicità, come fossero state liberate da una decennale schiavitù, al pensiero di poter finalmente parlare la loro lingua perché “Parler toujours en anglais, c’est fatigant, quoi!”. Ma soprattutto, coi francesi io ho una questione aperta. Ecco, se c’è un madrelingua francese che legge, si facci avanti silvuplé, e mi spieghi il loro “c’est pas grave”. Io devo capire se quando lo dicono lo pensano veramente, o se è un semplice intercalare tipo “va be’”. Perché se una signora, al termine della sua vacanza, mi fa una filippica di cinque minuti su tutte le cose che non le sono piaciute e non andavano del campeggio, sul fatto che per noi i clienti sono solo numeri e non persone (e dire che io a distanza di un anno ancora mi ricordo i nomi e le facce di tutti), e poi mi conclude con un “Ben, c’est pas grave!”, capirete che ci rimango un attimo interdetta. Ma come sepagràv, ma se era grav invece che facevi, mi tiravi una bomba sulla reception?

- I polacchi: con loro, il problema della lingua proprio manco si pone. Perché loro arrivano, sparano qualcosa nella loro lingua, tu gli dici che non understandi, ma loro proseguono imperterriti col polacco, tu gli proponi l’italiano, l’inglese, l’esperanto, lo swahili, persino il tedesco!, ma quelli continuano: neanche ti dicono di no ai tuoi tentativi di trovare una lingua comune, loro parlano. Cosa dicano, ‘nzezà. Il teatrino nonsense va avanti per un paio di minuti, poi si fanno una risata e se ne vanno.

- Menzione speciale per gli olandesi, i clienti perfetti: possono avere anche 80 anni che parlano comunque l’inglese, e bene (trovatemelo un italiano 80enne che sappia parlare anche solo l’italiano…), non rompono, gli va sempre bene tutto, non si lamentano mai, pagano sempre in anticipo, non chiedono insistentemente sconti, sorridono sempre e viaggiano in bassa stagione, quando c’è tempo per fare una chiacchierata che renda la registrazione di routine un po’ meno meccanica e disumanizzata (perché io lo dico col cuore e sinceramente – a quelli non cafoni – ma dite la verità: quanto può suonare vero un “buona giornata” o “buon soggiorno” detto a 50 persone una dietro l’altra?).

- I tedeschi: neppure loro sono male, arrivano quando c’è poca confusione e non si lamentano mai, sono anche piuttosto gioiosi e disposti alla chiacchiera, se solo capissi cosa dicono. Se non fosse che parlano il tedesco, mi sarebbero pure simpatici.

- I milanesi e lombardi in generale arrivano incazzati neri, stressati dal lavoro prima e dal traffico poi, dalla coda in reception, dalle api che ronzano, dai bambini che respirano. Pronti alla lamentela per la minima cosa che non va come hanno sognato, se tutto va bene ci pensano loro a procurarsi motivi di malcontento. Gli dici che le chiavi dei bungalow sono assicurate solo dalle 17 in poi, loro arrivano a mezzogiorno e da lì ha inizio la danza: girano attorno alla reception mentre le mogli e i figli fanno la sauna in auto sotto il sole a 45 gradi, sbuffano e per cinque ore, ogni cinque minuti, s’intrufolano nella fila per chiederti “Le chiavi?”.

- I romani e laziali sono patacca. Al telefono sono amicicci per la pelle, pacche virtuali sulle spalle, e dammi del tu, e quando arrivo chiedo di te, e quando arrivano ti fanno il giochetto “Indovina chi sono?”… poi, t’incontrano in giro per il campeggio che sei senza divisa (costituita da una polo o una camicetta, non uno scafandro, specifichiamo) e manco ti riconoscono né salutano.

- I napoletani amano la famiglia. Pur di stare tutti insieme in un bungalow da sei, arriverebbero a vendere i figli, per poi ricomprarli (a prezzo scontato, ovviamente) per stare tutti insieme appassionatamente. “Quanti siete?” – “Siamo in sei. Poi, vabe’, ci sono tre bambini…” – “Quindi siete in nove!” – “No no, siamo in sei! Tre sono solo bambini!”. Il tutto rigorosamente detto aprendo impercettibilmente la bocca, perché non sia mai che io vi possa capire troppo bbbène, jà!

- I veneti non sanno l’italiano. E se lo sanno, fanno come i francesi. Io parlo in dialetto: se mi capisci, bene; sennò, amen. Ok, amen.

- I toscani li rinvio a giudizio: sono una nuova fetta di target (oddio sto iniziando a parlare come il mio capo!) che devo ancora inquadrare.

E ora, so che morite dalla voglia di dirmelo:

e noi receptionist dei campeggi, come siamo?

:mrgreen:

Contemporaneamissimevolmente

5 Maggio, 2009 by acrimonia

Lavorare col mio capo dietro la schiena t’insegna a fare un sacco di cose. Al di là di quelle strettamente attinenti al lavoro, t’insegna a ridere e sdrammatizzare, a infilare un po’ troppe parolacce dentro ai discorsi (devo contenermi, hem), a mantenere la calma e il sorriso di fronte ai rompiscatole, t’insegna cos’è una squadra, in cui niente è mai colpa di uno in particolare e i meriti si dividono e ci si dà pacche sulle spalle (oggi m’ha lasciata di sale con un buffetto su una guancia perché gli ho preso una prenotazione di 10 giorni a luglio. Se gli procuravo uno stagionale??), t’insegna ad avere pazienza con gli attaccabrighe polemici, ma anche ad avere buona memoria (per ricordargli, a lui, che deve andare dal dentista o richiamare suo fratello). Ma soprattutto, t’insegna a fare almeno due o tre cose contemporaneamente, cosa per cui mia madre ha sempre sostenuto che noi donne abbiamo un talento che agli uomini difetta del tutto (e quando vedo che posso fare un intero discorso a mio padre senza che lui batta ciglio perché sta ascoltando il tg/guardando il gp/paciugando al computer fino a quando non dico “papà-ààà!” in un tono un po’ più alto, mi tocca pure di darle ragione). Tale capacità, affinata per l’appunto col mio capo, ritorna particolarmente utile quando mi parla mentre sono al telefono con un cliente: è una cosa sistematica, non è che succede. Su dieci mie conversazioni telefoniche, almeno sette sono inframmezzate da sue domande a cui pretende una risposta immediata (così le cose da fare più o meno contemporaneamente diventano: ascoltare il cliente al telefono, rispondergli pertinentemente, ascoltare la domanda del capo, magari controllare cosa vuole sapere, rispondergli scrivendo su un foglio mentre continuo ad ascoltare e rispondere al telefono).

Sarà stato grazie a questo che qualche settimana fa mi sono ritrovata protagonista di una scena di un’assurdità e di una comicità assolute, di quelle che se le studi e ci provi non ti verranno mai bene come invece è stata nella sua totale casualità.

Il capo era assente, perché la sua bimba era ammalata. Ora, io ho una legge nuova da suggerire a Murphy: quando il capo non c’è e non sai quando tornerà, lo cercano tutti. E infatti, nello stesso momento, con un tempismo da paura, ho risposto al telefono e mi sono ritrovata la sciura Emilia (una stagionale milanese) davanti allo sportello, e sia l’uomo all’altro capo del filo che l’Emilia davanti a me mi hanno chiesto:

- “Ciao, c’è IlCapo?”

- “No, non c’è…”

- “Ahhh, e ndüv l’è?”, mi ha chiesto l’Emilia (i milanesi perdonino la pessima imitazione)

- “Ah, e dov’è?”, mi ha chiesto il tizio al telefono.

- “E’ fuori, non è proprio in campeggio, non lo trova per oggi”, ho risposto mentre con le mani che indicavano il telefono cercavo di far capire all’Emilia che non stavo parlando con lei.

Ma lei niente, dal momento che rispondevo con pertinenza alle sue domande, non si è arresa.

- “Ah va ben, e quand al tröv mi?” (i milanesi sempre perdonino)

- “Ah, e quando lo trovo?”

- “Non le so dire, è fuori per problemi familiari quindi non so quando tornerà.”

- “Ahh ho capì. Torno un altro giorno, dai, nani!”

- “Capisco, riproverò nei prossimi giorni.”

- “Va bene, grazie, arrivederci. Emiliaaaaaaaaa, ero al telefonooooo!!!”

Dead men walking

30 Aprile, 2009 by acrimonia

Eravamo a corto di francobolli da 0.60 €, in ufficio.

- “Oooohh, sono arrivati i nuovi francobolli!”

- “Sì, hai visto?”

- (leggo) “Quinta conferenza nazionale sulle droghe…”

francobollo_small2

- “Che poi io mi chiedo: ma se Don Benzi è morto…”

- “Ah sì? Davero?”

- “Eh sì eh! Da mo’! Dico: se è morto, come farà mo a partecipare a sta conferenza?”

- “Beh, vabe’, se è per quello, io sto C. Valenzi non so chi sia, ma neanche Vincenzo Muccioli mi sembra sia troppo in forma eh!”

- “Effettivamente…”

Colpo di fulmine!

24 Aprile, 2009 by acrimonia

Io, quando le vedo, provo una sensazione strana: o per meglio dire, un misto di sensazioni.

La prima e predominante emozione è quella dell’esteta, quella che prova ogni persona di fronte a qualcosa di bello, qualcosa che colpisce il suo occhio, qualcosa che lo fa restare incantato da tanta meraviglia. Una specie di felicità quasi mistica, come se una voce da qualche parte dentro di te  dicesse: “Grazie, oh dèi, perché avete inventato una meraviglia simile!”. Poi, mentre mi attacco alla vetrina con le mani e il viso formando la condensa e ditate alla facciaccia di quelli che poi se la devono pulire, come i bambini che restano lì col musetto appiccicato in estatica ammirazione di quel gioco che vorrebbero tanto, mi assale l’urgenza che loro siano mie! Io le guardo con lascivia, e gli occhi mi turbinano in giro alla ricerca del simbolo € mentre penso: “Qualsiasi cifra, qualsiasi! Basta che siano mie mie mie!” e il mio viso forse a ben guardarlo si sta tramutando in una maschera di perfidia, una specie di Crudelia DeMon (con cui ho in comune i capelli brizzolati e una parte del nome) decisamente più formosa. Ma io non mi vedo specchiata nella vetrina, io vedo solo loro, loro, loro e nient’altro. Ma proprio niente niente, neppure il prezzo, e allora io lo so che se non lo espongono c’è un motivo. La maschera perfida e lasciva si sta sciogliendo in un’espressione delusa. Mi assale lo sconforto, perché lo so che non potrò mai averle, e mi allontano sconsolata. Ma ancora adesso io ogni volta che passo davanti a quella vetrina le guardo, le saluto, dico loro “Macciaooooo, quanto siete belleeee!!”, mi appiccico alla vetrina, le guardo da ogni angolazione, ancora pervasa da quella sensazione di meraviglia estatico-mistica, me ne vado salutandole di nuovo, dicendo “Ciao, ci vediamo la prossima volta! Non fatevi comprare eh, restate sempre lì, così vi posso guardare ancora!”. Perché io sono felice anche sono a vederle, ormai. Perché so che non saranno mai mie, che non me le posso permettere, ma quel misticismo felice che provo quando le guardo nel loro perfetto splendore è impagabile!

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Shpazzoliamoci

23 Aprile, 2009 by acrimonia

A mia madre, quando mi vede spazzolarmi la lingua dopo essermi lavata i denti, vengono i conati, da quando ci provò pure lei, qualche tempo fa, vedendo me, e i conati furono appunto il risultato. A me piace farlo. Non dico che dopo mi sento la regina delle nevi quanto a freschezza della bocca, ma ad una mezza maniaca dell’igiene come me, spazzolarmi la lingua lascia una bella sensazione.

A Pasqua ho vissuto un esempio di convivenza con l’amore mio. Ho scoperto cos’è la quotidianità, anche se limitata nel tempo, ho scoperto com’è bello guardarlo un secondo prima di spegnere la luce per dormire (”E quando l’hai spenta, poi, sono ancora più bello da guardare”, direbbe lui, e rideremmo insieme) e dargli un bacino a tentoni nel buio, ho scoperto che lavorare può diventare quasi stupendo quando al ritorno posso immergermi nel suo abbraccio come se fossero passate molto più di quelle sette ore e mezza (sì, e mezza. Perché in certi casi anche i quarti d’ora fanno la differenza), o sprofondarmi nel piatto di pasta che mi ha appena preparato, ho scoperto che quando mi danno la nuova divisa, una camicetta che mi si chiude appenappena sul seno, è molto più bello provarla sotto il suo sguardo, che è decisamente diverso da quello con cui mia madre mi guarda contrariata e mi dice: “Mmmm… guarda lì sulle tette come ti sta!” (oh, ma’, guarda che tutta sta robbba l’ho ereditata da te eh!), ho scoperto un sacco di cose di lui, di me, di noi, le abbiamo scoperte insieme.

Ma soprattutto, ho scoperto che non solo si spazzola la lingua quando si lava i denti, ma lo fa persino con uno strumentino apposito di cui ignoravo l’esistenza fino ad allora!

pulisci-lingua-gum

Sono stata a guardarlo incantata per almeno un paio di minuti. Avete presente quei film d’ammmore in cui la protagonista che pare uscita da uno dei romanzi ottocenteschi che si legge dalla mattina alla sera (o anche da un Harmony, perché no) scopre che quell’uomo che le piace tanto (o che dapprima detesta, a seconda dei casi) cita a memoria i libri del suo stesso autore preferito, e lì partono i violini e i canti degli angeli perché lei sa, con certezza matematica ed indiscutibile, che lui è Lui? Ecco. Io quando ho visto quello spazzola-lingua è più o meno così che mi sono sentita.

Poi mi sono messa a pensare che magari non è così raro ed inusuale che uno si spazzoli la lingua. Cioè, fermo restando che lui è Lui (e questo l’avevo già capito da prima dello spazzolotto), probabilmente il mondo è pieno di gente che ne fa uso, solo che io lo ignoro.

E allora, visto che WordPress ha uno strumentino atto all’uopo, indaghiamo, sondaggiamo!